Riprendiamo da L’OSSERVATORE ROMANO–MARIOLOGIA-Nuovi sguardi dottrinali e femministi

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MARIOLOGIA

Nuovi sguardi dottrinali e femministi: due libri

Maria, sede della Sapienza

06 dicembre 2025—L’OSSERVATORE ROMANO

Sedes sapientiae  è uno dei titoli attribuiti alla Madonna nelle Litanie mariane che da molti secoli esprimono la devozione del popolo credente. Maria non è la Donna-Sapienza della Bibbia ebraica, ma lei, raffigurata sul trono che presenta al mondo suo Figlio, è la sede della Sapienza perché il suo grembo è stato il trono nel quale la Sapienza ha preso carne. Da quel trono, Dio ha voluto che Maria donasse al mondo Gesù, Sapienza di Dio, che nella Bibbia ebraica dice di sé: «Quando egli fissava i cieli, io ero là… quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante…» (Proverbi 8,30-31).

La storia della devozione mariana ci dimostra che parlare della Madre di Gesù è molto meno semplice di quanto si pensi perché è facile confondere il trono della Sapienza con la Sapienza stessa. Come ha recentemente chiarito il Dicastero per la dottrina della fede con una nota dottrinale (Mater Populi fidelis), infatti, nell’immenso alone di pensieri e parole che circonda la figura di Maria il confine tra uso e abuso è stato, troppo spesso, violato. Del resto, basta ripercorrere la storia della mariologia per capire che non è stato sempre facile trovare un buon equilibrio sia all’interno della riflessione su Maria che, come un fiume in piena, ha preso rapidamente le distanze dal testo biblico, sia per quel che riguarda la devozione mariana che ha altrettanto rapidamente assunto forme non sempre in linea con l’asse portante della grande tradizione teologica cristiana.

Va anche detto d’altra parte che, sul doppio versante del pensiero femminista e dell’ecumenismo, nel secolo passato si è andata imponendo grande cautela e per molto tempo le teologhe cattoliche hanno avuto una certa resistenza a parlare di Maria nei termini classici della retorica dell’esaltazione o della modellizzazione esemplare, due categorie da maneggiare con cura e invece quanto mai abusate nella predicazione e nella letteratura mariana.

Per questo, il fatto che recentemente siano apparsi in Italia i libri di due teologhe dedicati a Maria fa pensare che anche nella chiesa e nella cultura italiane stia prendendo quota l’interesse per una riflessione mariologica di qualità e di cui le donne non siano soltanto pie destinatarie. In questi ultimi decenni, d’altra parte, il confronto con le teologhe protestanti ha messo in luce quanto, al livello della ricerca teologica se non anche a quello della religiosità mariana, il ritorno alle Scritture, il ripensamento critico dei motivi dominanti della mariologia, ma anche le istanze del pensiero femminista abbiano contribuito a riallacciare i fili di un pensiero su Maria consonante con tutto l’impianto dottrinario cattolico. Per di più, le autrici delle due pubblicazioni sono abbastanza note al grande pubblico: Linda Pocher, Figlia di Maria Ausiliatrice, è stata investita da Papa Francesco dell’impegnativa responsabilità di organizzare, nell’ultimo anno, quattro incontri tra il C9, il Consiglio dei cardinali istituito da papa Francesco per aiutare il pontefice nel governo della Chiesa, e alcune teologhe, non solo italiane né solo cattoliche; Teresa Forcades, monaca benedettina catalana, medico, teologa femminista e attivista politica che ha insegnato Teologia della Trinità e Teologia queer, è spesso invitata a intervenire a dibattiti teologici in tutta Europa e nelle Americhe.

Entrambe prendono le mosse dalla decisiva indicazione del concilio Vaticano II che aveva rifiutato di dedicare a Maria un documento separato e aveva invece preferito riservare alla riflessione mariana l’ultimo capitolo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la Lumen gentium. Intendeva così ribadire quanto fin dall’inizio la fede della chiesa ha messo a fondamento di ogni mariologia e di ogni devozione mariana, e cioè che del mistero dell’incarnazione sono protagonisti unicamente il Padre e il Figlio. Metteva anche in evidenza che la ricaduta della figura di Maria nella vita della comunità ecclesiale stava prima di tutto nel suo ruolo simbolico in rapporto alla Chiesa stessa.

D’altra parte, entrambe sono consapevoli che, come annota Forcades, «la figura di Maria occupa un posto difficile sia nel cristianesimo progressista in generale che nella teologia femminista in particolare» e, come ribadisce Pocher, è stata la riflessione delle teologhe femministe che ha smascherato la tendenza della mariologia tradizionale, sviluppata quasi esclusivamente da maschi celibi da una parte a idealizzare l’immagine di Maria e, dall’altra, a subordinare invece le donne concrete all’interno della chiesa. È interessante notare che, pur condividendo questa stessa prospettiva, le due teologhe procedono poi su due strade totalmente diverse.

In particolare, Linda Pocher, nel suo Maria di Nazaret. Una biografia teologica (EDB) propone al lettore di seguire lo stesso itinerario di Maria, quello che con una espressione quanto mai suggestiva il Concilio ha chiamato “peregrinatio fidei”, un pellegrinaggio di fede che libera Maria dall’inarrivabile fissità in cui l’ha blindata un secolare connubio tra dogmatismo e arti figurative perché la restituisce alla sua storia pre- e post-pasquale. Una storia scandita, dal momento del concepimento fino alla dormizione e all’assunzione al cielo, dalla disponibilità della ragazza di Nazaret, cresciuta tra povertà, oppressione e fede, a seguire i diversi momenti della manifestazione di suo Figlio. Non senza difficoltà dato che, a partire già dalla sua gravidanza e lungo tutta la travagliata vita pubblica di suo figlio che culmina in una ingiusta crocifissione, Maria ha dovuto condividere quel figlio con un disegno divino ricco di promesse, ma anche di dolori ed è diventata icona della comunità dei credenti nel Risorto proprio perché per fede e nella fede ha saputo accettare di vedere l’invisibile. Per questo, per Pocher, la sua è una “biografia teologica”, una storia che si può leggere e soprattutto narrare rispettando «una caratteristica fondamentale del racconto biblico» che «pur narrando le vicende dell’unico Dio e del suo Unigenito, si infrange di fatto in una moltitudine di storie: tante storie quanti sono i suoi figli (cf. Eb 2,10».

Dal canto suo, Teresa Forcades dichiara invece che, per lei, riflettere su Maria ha significato ricostruire la propria biografia teologica, non quella di Maria. Nel suo Queer Mary. Il futuro dell’esperienza cristiana (Castelvecchi) raccoglie tre saggi che per lei rappresentano le tre tappe che hanno segnato l’ingresso di Maria nel suo orizzonte di teologa femminista e l’hanno portata a individuare nella teologia mariana un crocevia, divenuto ineludibile nel XXI secolo per recuperare i tratti autentici dell’esperienza cristiana. Può stupire, forse, ma la prima tappa è la rilettura «dei quattro dogmi mariani in grado di presentare la figura di Maria come punto di riferimento e catalizzatore di un’esperienza cristiana che sia all’altezza delle sfide del XXI secolo». A partire poi da una coraggiosa disamina della discrepanza tra il valore teologico della figura di Maria e la sua presenza nella prassi ecclesiale e nella spiritualità dei credenti, Forcades arriva a proporre che Maria possa aiutarci ad «andare più in profondità nella nostra piena umanità e a scoprire una chiamata alla queerness che non esclude nessuno».

La lettura di questi testi fa tornare alla mente l’antico detto «De Maria, nunquam satis» (Di Maria non si dirà mai abbastanza), che ha fatto da leit motiv a tutta la storia della mariologia e ha legittimato secoli di esubero di devozione mariana. È importante allora che alle tante voci che, lungo la storia, si sono rincorse l’un l’altra per dire qualcosa su Maria si siano aggiunte ora anche quelle di due teologhe cattoliche che non hanno avuto paura di confrontarsi anche con il pensiero femminista.

di Marinella Perron

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