Riprendiamo da AVVENIRE–GIOVANI….il grido di una generazione senza futuro
Dietro le vetrine rotte c’è il grido di una generazione senza futuro
di Paolo Borrometi
In questa stagione dovremmo avere il coraggio di non fermarci alla cronaca dei disordini, ma capire che al centro ci sono aspettative deluse, mobilità sociale bloccata e bisogno di prospettive concrete. Molti giovani lottano per avere una speranza
AVVENIRE–24 ottobre 2026
Vetrine spaccate, passamontagna, disordini con le forze dell’ordine. Se ci fermassimo alle devastazioni viste a Milano, sarebbe ovvio trattare le manifestazioni dei giovani come atti delinquenziali. E come tali liquidarli con l’ennesimo – il settimo – decreto sicurezza. È fin troppo chiaro dire che spaccare tutto è più che deprecabile e che c’è un diritto primario da affermare: quello, ad esempio, di chi ha un negozio, a poter lavorare senza il pericolo che gli venga distrutto, oppure quello di chi sta tornando a casa, a poterlo fare senza rischiare di prendersi una pietra in testa. Fatta questa premessa, però, ci vorrebbe il coraggio di capire che c’è un drammatico problema e riguarda le nuove generazioni. Quelle che scendono in piazza a migliaia e non vogliono spaccare tutto, ma rappresentare un malessere sociale che va interpretato per essere combattuto. Il tema è che i più giovani vedono davanti a loro meno possibilità rispetto a quelle che hanno avuto i loro genitori. Vedono una società più violenta e più iniqua. Vedono i potenti giocare alle guerre. Non è un caso che, recenti sondaggi, riscontrino proprio tra i più giovani l’esplosione di ansie legate al mondo incendiato da bombe e armi, o alle irrisolte questioni dei cambiamenti climatici. Queste istanze, queste paure, non possono essere confuse con chi spacca le vetrine, perché sono cose molto diverse. E confonderle magari fa conquistare qualche like sui social o qualche virtuale consenso nei sondaggi settimanali, ma certamente non risolve il problema, anzi lo aggrava.
Le nuove generazioni – come ha spiegato l’ex premier Mario Draghi in un recente intervento – «hanno la sensazione che nessuno li ascolti» e che vi sia un «blocco delle aspettative future». Con una sintesi forse abusata ma efficace, si potrebbe dire che le diseguaglianze sono sempre più ampie e l’ascensore sociale che permetteva anni al figlio di un operaio di diventare dirigente d’impresa, oggi è sostanzialmente fuori uso. Le ragazze e i ragazzi cercano di sgomitare per chiedere politiche per il loro presente e il loro futuro, lottano per avere una speranza. In un Paese sempre più vecchio come il nostro, le ansie dei più giovani devono poter contare e trovare posto nell’agenda politica, perché sono cruciali per l’evoluzione della nostra società, quindi della nostra economia e dei nostri modelli di vita. Sempre più ragazze e ragazzi trovano come unica possibilità di vita quella di emigrare all’estero. Questa deve certamente essere una possibilità di contaminazione positiva, ma non un punto d’arrivo ineluttabile. Quali sono le politiche messe in campo per rendere attrattivo il rientro dei cervelli nel nostro Paese?
Ancora, forse per la prima volta in maniera così imponente, scopriamo le nostre banlieue e ci rendiamo conto di aver fatto crescere nelle periferie delle nostre città una nuova generazione di italiani, figli di immigrati, socialmente e urbanamente emarginati. Ci siamo accorti di loro perché, magari, hanno riempito il medagliere italiano alle Olimpiadi o hanno portato nuova linfa alle nazionali di calcio, ma abbiamo fatto finta di non comprendere che avessero enormi problematiche di ghettizzazione. Quali sono le politiche messe in campo per la loro piena integrazione? In Francia, dove il fenomeno delle proteste giovanili è stato ancor più violento, il governo ha attuato la repressione, ma contestualmente ha anche detto che bisogna ascoltare i giovani. Così, alcuni loro rappresentanti sono stati ricevuti dalle Istituzioni e sono stati promessi investimenti nelle scuole. In Italia no. Oltre alla risposta securitaria non c’è stata né una parola sulle ragioni delle proteste né la promessa di interventi per mitigare il disagio di questa generazione. L’unica àncora a cui aggrapparsi, per l’ennesima volta, è il monito del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. Si tratta di una questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società». I giovani ci chiedono almeno la speranza, non togliamogliela.