Ricordare giova….Con riferimento alla particolare situazione locale del momento, un’omelia nella Chiesa Madre, per ricordare la figura di S. Antonio, patrono di Favara

 

Festa di S. Antonio ‑ 13.6.2002 ‑ ore 18 ‑ Concelebrazione nella Chiesa Madre di Favara—

Stiamo partecipando a questa celebrazione, per rendere omaggio a S. Antonio di Padova, il Santo che i nostri antenati hanno voluto come Patrono di Favara ed a cui, in tempi  recenti, raccogliendo però l’eredità di una una fede secolare, è stata  intitolata, anche questa Parrocchia che è la Chiesa Madre.

E la solennità del nostro Santo Patrono quest’anno, cade proprio all’indomani della definizione di una consultazione elettorale che, tra il 26‑27 maggio ed il 9‑10 giugno, ha rinnovato, democraticamente, le istituzioni di Governo della Città : in prima battuta, il Consiglio Comunale che è l’organo collegiale a cui i cittadini hanno delegato la  titolarità  della sovranità popolare, e, in seconda battuta, al recente turno di ballottaggio, il  Sindaco, che , scelto con largo consenso popolare, dovrà presiedere all’amministrazione della Città, dando risposta ai vari problemi della collettività, organizzando e curando al meglio i vari servizi ai cittadini.

E anch’io voglio rivolgere il mio deferente saluto ed augurio, a quanti, Sigg. Consiglieri Comunali, Sig. Sindaco, Sigg. assessori, sono stati chiamati dalla fiducia popolare a queste impegnative cariche di responsabilità

La solennità del Patrono, all’indomani delle elezioni amministrative, ‑ che costituiscono sempre una rilevante scadenza per la vita di una Città ‑ ci offre  l’opportunità di una utile riflessione e di un importante momento di preghiera,  per la nostra Favara.  Un momento di preghiera, in cui però forse non è superfluo ricordare, che il bene di una Comunità, ‑ e soprattutto di una grande Comunità come Favara, ‑  richiede da parte di tutti impegno e tensione morale. Impegno e tensione morale che consentano, se e quando  necessario, di voltare veramente pagina, magari immettendo in tutto lo staff, deputato al servizio dei cittadini, una carica nuova di disinteresse e di dedizione.

Lo dobbiamo sempre ricordare e mai dimenticare,  che la spiritualità cristiana non è la spiritualità della passività e del disimpegno, non è la spiritualità dell’assenteismo o della rassegnazione, ma la spiritualità della presa di coscienza, la spiritualità dell’impegno e della responsabilità, la spiritualità della passione e della creatività, per cercare di risolvere i problemi; è la spiritualità delle scelte concrete e possibili, nell’ottica di scegliere sempre per il maggior bene o per il minor male.

Quella cristiana è, in una parola, la spiritualità dell’incarnazione.

A Favara non mancano i problemi, ma non manca nemmeno, fortunatamente, un potenziale di bene, in tutti i versanti, che non può e non  deve andare disperso o misconosciuto, ma incrementato e valorizzato.

E in questo senso la festa del Patrono, ogni anno, ‑ e quest’anno in particolare ‑ può costituire un’opportunità non trascurabile, anche per i suggerimenti che la figura di S. Antonio, vissuto anch’ egli in un tempo travagliato e problematico, ci può offrire.

  1. Antonio di Padova, il “Santo dei miracoli”, come viene pensato nell’immaginario collettivo, per i numerosi prodigi legati al suo nome, è nato a Lisbona nel 1195, primogenito di Martino Buglioni e Maria Teresa Taverio.

Il padre era discendente di quel Goffredo che guidò la prima Crociata, la madre era la figlia del re delle Asturie. Battezzato col nome di Fernando, dato l’alto lignaggio di origine, lo si voleva avviare alla carriera militare oppure a quella forense, quale alto magistrato. Ma Dio aveva altri progetti sul giovinetto, nell’animo del quale si andava sempre più facendo strada il disprezzo delle corti nobiliari, tutto un mondo incentrato sullo sfarzo e  sul lusso più sfrenato, tutto un mondo incentrato sulla forza,  sul potere e sullo sfruttamento delle classi sociali più deboli.

Per contro, avveniva nel suo animo una progressiva maturazione del sentimento religioso, in cui l’amore a Cristo che aveva proclamato beati i poveri in spirito, beati i perseguitati, beati  gli affamati di giustizia, l’amore a Cristo esercitava un fascino potente e misterioso, nel suo spirito di giovinetto dai sogni arditi.

Dopo un periodo di intensa vita ascetica presso i Canonici regolari agostiniani di Coimbra, allorché, nel febbraio 1220, furono accolte, nella Chiesa della Santa Croce di Coimbra, allora capitale del Portogallo, le spoglie di cinque frati francescani martirizzati a Marrakesh, in Marocco, avviene una svolta decisiva nella sua vita.

Infervorato dal sangue dei martiri e dall’ideale di povertà che essi avevano perseguito, Fernando decise di lasciare l’Ordine agostiniano per vestire l’abito francescano; come segno ulteriore della sua nuova condizione mutò il nome di battesimo, di Fernando, in Antonio. Nel suo petto ardeva la sete del martirio e per questo, si imbarcò su una nave diretta in Marocco.

Ma, ancora una volta, non era questa la strada che il Signore gli stava preparando. Il sogno di Antonio di testimoniare la fede tra gli infedeli e magari ricevere la grazia del martirio, si infranse subito a causa di una fastidiosa febbre malarica che lo costrinse su un giaciglio a battere i denti, anziché predicare Cristo sulle piazze della città di Marrakesh, come aveva sognato.  Dovette perciò imbarcarsi su una nave diretta  in Italia e a causa di una tempesta fu costretto a fermarsi in Sicilia, a Messina, per alcuni mesi.

La permanenza di S. Antonio in Sicilia, spiega la particolare, grande popolarità e devozione di questo Santo nella nostra isola, a partire da allora. Nel 1221 si incontrò con  Francesco ad Assisi, il giullare di Dio, in occasione del primo Capitolo Generale, il cosiddetto “Capitolo delle Stuoie”.

 

Predicatore instancabile  del Vangelo, esercitò il suo ministero nell’Italia del nord e nella Francia meridionale. Combatté le eresie, con un messaggio forte e convincente, che comunque tendeva sempre al rispetto delle convinzioni personali.

Della sua predicazione, forte, incisiva e contemporaneamente amabile, restano significative testimonianze nei suoi scritti.   Alla cultura teologica univa quella filosofica e scientifica, ‑ cultura filosofica e scientifica, molto viva allora, per l’influsso della filosofia araba.  Aveva approfondito a tal punto lo studio della Sacra Scrittura da essere chiamato da papa Gregorio IX , che ascoltò alcune sue prediche, “Arca del Testamento“.

Di questa sua vasta formazione culturale diede ampia prova sino agli ultimi anni di vita, predicando continuamente, senza risparmio alcuno di energie .

Pio XII, nel 1946, riprendendo opportunamente un titolo con cui già da secoli lo si onorava nell’Ordine Francescano, lo dichiarò “Doctor evangelicus“, inserendolo di diritto tra i dottori della Chiesa, dottore per scienza e virtù, volendo mettere in risalto come il messaggio evangelico veramente fosse stato sempre la sostanza delle sue istruzioni al popolo.

Grande figura di Taumaturgo, S. Antonio fu maestro di dottrina spirituale e di teologia e individuò il segreto della perfezione nell’accordo tra la vita contemplativa e la vita attiva.  Nel 1231, l’anno in cui la sua predicazione a Padova, nella quaresima, toccò i vertici di intensità e fu caratterizzata da forti contenuti sociali, Antonio fu colto da malore e dal convento di Camposampiero venne trasportato a Padova, sopra un carro di fieno, come scrivono i suoi biografi. Spirò all’Arcella, sobborgo di Padova, il 13 giugno 1231, ad appena 36 anni di età.

“Il Santo” per antonomasia, com’è chiamato a Padova, fu canonizzato da Papa Gregorio IX nella cattedrale di Spoleto, il 30 maggio 1232, domenica di Pentecoste, a meno di un anno dalla morte, sulla spinta di una popolarità che si sarebbe allargata di epoca in epoca e che ha raggiunto la nostra Favara, che lo ha scelto come suo Patrono.

Universalmente venerato dal popolo cristiano, le reliquie di S. Antonio,  si custodiscono a Padova,  nella basilica omonima, che è meta di continui pellegrinaggi.

Questo nelle linee essenziali il profilo biografico di S. Antonio, del quale vogliamo brevemente illustrare, anche con qualche episodio, il suo carisma di taumaturgo ed il suo impegno concreto per la soluzione dei problemi sociali più scottanti del suo tempo.

Come spesso accade, parlare delle cose più facili è… estremamente  difficile!

Così anche per S. Antonio da Padova , quando si vuole parlare della sua attività taumaturgica, cioè dei miracoli avvenuti durante la sua vita, dato che di quelli avvenuti dopo, sarebbe oltre che  troppo lungo, anche troppo arduo. Ma anzitutto una premessa: cosa è un miracolo?

Di solito si intende con questo vocabolo un fenomeno straordinario, un fenomeno che suscita stupore, meraviglia in chi vi assiste, perché si realizza  una sospensione momentanea di una legge di natura, operata da una forza soprannaturale.

Il miracolo è questo,  però, forse  non basta, perché bisogna aggiungere che si tratta di un prodigio che esprime  un intervento speciale e gratuito di Dio , della sua potenza,  del suo amore. Dio, il quale, con il miracolo, offre agli uomini un segno della sua presenza e del suo desiderio di salvezza. E’ vero che nel miracolo, non si tratta di un qualsiasi intervento divino, tuttavia si ricorda che, se nel miracolo Dio manifesta certamente la sua onnipotenza, ciò non avviene mai per “dimostrare” con forza tale sua prerogativa. Il miracolo, come dice S. Giovanni nel suo vangelo, è un segno, dopo il miracolo compiuto da Gesù a Cana di Galilea, S.Giovanni dice: “così Gesù diede inizio ai suoi segni” (Gv 2,11).

L’evangelista usa questo termine (segni)  perché vuol far capire che i miracoli di Gesù, lungi dall’avere soltanto l’immediato scopo di manifestare la sua potenza agli occhi dei presenti, stupendoli con gesti quasi magici, sono invece dei segni da leggere ed interpretare per discernere la presenza di Dio in Lui, l’essere Lui ed il Padre una cosa sola.

Se vogliamo usare un paragone, il miracolo è paragonabile all’indicazione fornita da un segnale stradale di una vicina Città, che, nel codice suo proprio, rimanda (al di là della lamiera) ad una realtà ben più grande e precisa: una specifica località, la meta stessa del viaggio.

In questa ottica, bisogna interpretare l’intensa attività taumaturgica di Sant’Antonio: i miracoli compiuti da lui, anzi meglio, i miracoli che Dio ha compiuto (e continua a compiere) per mezzo  di lui, ‑ miracoli che sono il segno più evidente non solo della sua santità personale, ma soprattutto del primato di Dio nella sua vita.

Nella vita di S. Antonio, famoso è il miracolo della mula: un eretico, un  tale  Bovillo, non credendo nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, lanciò a S. Antonio una singolare sfida: una mula, lasciata a digiuno per tre giorni, nonostante fosse affamata, si inginocchiò davanti all’Ostensorio recato da Antonio, ignorando del tutto il fieno che il padrone le porgeva da vicino.

Un altro miracolo riguarda il ministero della riconciliazione. Un penitente, per l’emozione, non riusciva a confessarsi a voce dal Santo, sicché per ovviare a tale inconveniente pensò bene di scrivere i suoi peccati su un pezzo di carta che diede poi ad S. Antonio; ebbene, mentre questi li leggeva, uno per uno, i peccati si venivano cancellando dalla carta. Un miracolo che confermava l’efficacia del Sacramento della Riconciliazione: i peccati vengono davvero cancellati allorché si confessano con umiltà!

Apostolo di pace e protettore della famiglia” potrebbe essere un altro titolo del nostro santo; anche questo evidenziato da diversi miracoli.

A Ferrara un uomo, estremamente geloso della moglie, la accusava ingiustamente che il bambino da lei partorito fosse in realtà figlio di un altro uomo. Sant’Antonio, saputa la cosa, andò in casa della povera donna, innocente, prese il neonato tra le braccia e avendogli ingiunto di mostrare chi fosse il suo vero padre si sentì rispondere dal bambino a voce aperta e chiara che era proprio il suo papà, scagionando così la mamma dall’accusa ingiusta.

Tanti i miracoli compiuti da Dio per intercessione di S. Antonio, chiamato perciò “il Santo dei miracoli”. Per quanto riguarda il suo impegno nei problemi sociali del suo tempo, per esempio, bisogna ricordare che egli riuscì ad ottenere ‑vero miracolo per quei tempi! ‑ dai magistrati di Padova la revoca dell’ordine di incarcerazione per i debitori insolventi, salvando così tantissimi  poveri dalla prigione e dal conseguente peggioramento delle già misere condizioni economiche.

Vera piaga sociale di quel periodo storico era l’usura ‑ e io mi chiedo e vi chiedo :(solo di quello!? ‑ apriamo gli occhi a sufficienza a quello che avviene oggi nella nostra Favara, o preferiamo non vedere e non sapere ?) ‑ l’usura di allora, al tempo di S. Antonio, che strozzava senza pietà tanta gente, l’usura che succhiava il sangue ai poveri, spingendoli alla disperazione e talvolta anche al suicidio, l’usura che poi non potendo pagare, portava tanta gente a languire in carcere. Contro l’usura S. Antonio ha prediche  letteralmente infuocate. Ed a questo proposito si colloca il miracolo, forse il più  strano di s. Antonio: chiamato a predicare ai funerali di un usuraio, disse chiaramente che, se avessero aperto il petto di quell’uomo, non avrebbero trovato il cuore al suo posto, in quanto il cuore era riposto in casa, nella cassaforte , in mezzo al tanto adorato denaro.

E, avendo i presenti compiuto l’operazione necessaria, riscontrarono in tutto che quello che aveva detto S Antonio era proprio vero. Miracolo che deve inquietare un po’ tutti. Per commentarlo, basta una sola frase, pesante quanto un macigno; l’ammonimento di Gesù: “Dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12,34).

Ci vogliamo avviare alla conclusione, cogliendo ancora più specificamente qualche spunto di attualità, dalla vita e dal pensiero del nostro santo.

Il titolo di intercessore, riconosciuto dalla pietà popolare , che fa di S. Antonio l’amico degli oppressi, non è fittizio. Lo dimostra il suo impegno concreto, per la soluzione dei problemi più gravi del suo tempo, come la legge promulgata su suo interessamento a Padova contro la prigione riservata ai debitori, quasi sempre i più poveri, ed il suo impegno contro l’usura.

In questo ruolo di impegno e di liberazione si prescinde da quel mito di S. Antonio, creato dalla pietà popolare con i racconti di visioni, di miracoli, di bilocazioni e di dono delle lingue, di conversioni in massa di eretici.

Con l’impegno profuso nella società del suo tempo, il nostro patrono S. Antonio ci sprona a vincere ogni forma di pigrizia e ci ricorda che l’impegno per la Città terrena, costituisce per ogni cristiano, una delle condizioni necessarie per il premio della Città celeste.

E’ sempre il caso di ricordarci, quello che  dicevano i Vescovi, qualche anno fa, soprattutto ai cristiani impegnati in politica: “Se in passato non abbiamo fatto abbastanza, non è perché siamo cristiani, ma perché cristiani lo siamo stati abbastanza poco”.

Si avverte, a tutti i livelli, la necessità di un impegno nuovo, di un cambiamento nella capacità di confronto e nella qualità di presenza, a livello individuale e nelle istituzioni; tutte condizioni per rendere più vivibile la Città e tutelare efficacemente la dignità della persona umana.

La politica cristianamente intesa, come servizio al bene comune e come forma, la più alta della carità, deve impegnare subito nel mettersi all’opera, non con le parole ma con i fatti, mettendosi, se necessario, decisamente alle spalle, ognuno per la sua parte,  polemiche sterili e controproducenti. S. Antonio in questo senso ci fa davvero da maestro. Nei suoi discorsi leggiamo: “La predica è efficace, quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti di opere, e così siamo maledetti dal Signore, perché egli maledì il fico, in cui non trovò frutto, ma solo foglie”.

Credo che ce ne sia davvero quanto basti, per la nostra vita personale, come pure per i ruoli che ognuno è chiamato ad esercitare nella Comunità, anche in riferimento all’ultimo periodo che abbiamo vissuto, in cui in preparazione alle elezioni, magari per vera necessità, parole ne sono state dette tante. Adesso è il tempo delle opere. S. Antonio ci scongiura: Cessino, ve ne prego, ‑ ci dice ‑ le parole, parlino le opere.

E’ questo l’impegno concreto che possiamo prendere, per il bene della Città e per onorare S. Antonio.

  Sac. Diego Acquisto

 

 

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