Intervento del Prof. Giovanni Marchica in occasione della presentazione al Liceo Statale “M. L. King” – Favara del volume di Gerlando Cilona “Anna Franzese – il viaggio della mia vita”

La memorialistica, così come la biografia, di personaggi poco noti o addirittura del tutto sconosciuti, è stata per secoli ignorata, se non addirittura tenuta in dispregio e, comunque, mai oggetto della dovuta considerazione, perché proveniente o riguardante personaggi spesso privi di qualsiasi rilevanza artistico-letteraria, e per questo poco noti al grande pubblico, come nel caso di Anna Franzese. Di conseguenza, entrambi i generi letterari sono stati tradizionalmente considerati secondari.

A questo giudizio è sfuggita la diaristica di personaggi di rilievo storico, letterario, scientifico, a cui è stato da sempre riservato un posto d’onore nella storia della letteratura, spesso a prescindere dal valore intrinseco della pubblicazione e motivato solo dalla notorietà dell’autore.

La moderna critica letteraria ha rivalutato, e ben a ragione, la biografia cosiddetta minore, il cui maggior pregio è quello di rifuggire dall’arido tecnicismo dei trattati di carattere storico – non foss’altro perché questi ultimi illustrano la materia in maniera generale e astratta – diventando in tal modo espressione di un’epoca, di un ambiente sociale, di un periodo storico, di un costume, insomma del modus vivendi di un popolo.

Esempi della notevole importanza delle opere di carattere memorialistico sono le memorie scritte da spettatori minori di eventi storici, come soldati semplici, servitori di personaggi illustri, vittime o superstiti di eventi di grande portata, deportati in lager e gulag.

Che, poi, la memoria provenga o riguardi personaggi illustri, come ad esempio Primo Levi, che in Se questo è un uomo, pubblicato nel 1947, descrive l’incubo vissuto nel periodo d’internamento nel campo di sterminio di Auschwitz in Polonia a partire dal febbraio del 1944 fino alla liberazione da parte delle truppe alleate nel 1945; o Anna Frank, la ragazza ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah, l’Olocausto, per il suo Diario scritto nel periodo in cui lei e la sua famiglia si nascondevano dai nazisti e per la sua tragica morte nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in una data imprecisata del 1945; o persone assolutamente sconosciute, come il favarese Calogero Vella (sarebbe il caso di dire “…Chi era costui?”) – di cui nel 2012 chi vi parla ha curato l’edizione del diario dal titolo Diario del Maggiore Calogero Vella e Novecento Agrigentino, in collaborazione col professor Antonio Arnone, già docente di materie letterarie presso questo istituto – il fatto è assolutamente irrilevante.

Questo perché, in ogni modo, il risultato è quello di restituire intatto il clima di un’epoca come nessun testo di carattere tecnico potrà mai fare, essendo nella memoria il punto di vista dell’osservatore quello dell’uomo comune, di cui spesso la grande trattatistica per la sua stessa natura si dimentica, e sul quale però inevitabilmente ricadono le conseguenze, spesso nefaste, della grande storia, come nel caso della guerra.

La biografia di Anna Franzese del professor Gerlando Cilona, che presentiamo questa mattina – emblematico è, in questo senso, il sottotitolo, “Il viaggio della mia vita” – pubblicata nel luglio dello scorso anno per i tipi della Casa Editrice Siculgrafica, ha un interesse che va al di là di quello meramente personale e familiare, e che quindi ne ha giustificato la pubblicazione, soprattutto là dove, grazie alla grande dovizia di particolari contenuti nel testo, la vicenda umana s’intreccia e si fonde indissolubilmente con quella storica e sociale di un periodo cruciale della nostra storia nazionale.

Essa è opportunamente integrata da un sintetico excursus storico, nel quale sono approfondite le principali tematiche storico-politiche relative al periodo d’interesse, con particolare riguardo alle cosiddette foibe e alla congiura, nazionale e internazionale, del silenzio sull’argomento, che per tanti anni celò al mondo l’esistenza di migliaia di vittime delle foibe, usate alla stregua di fosse comuni dal regime di Tito, in cui persero la vita, tra atroci sofferenze, migliaia di italiani appartenenti a rappresentanti delle forze dell’ordine, di collaborazionisti e delle loro famiglie, di cittadini comuni.

Anna Franzese, nata a Pola, in Istria, allora in territorio italiano, nel 1929, da genitori italiani, rappresenta in maniera paradigmatica il dramma in cui vennero a trovarsi migliaia di persone di ogni età e condizione sociale, vittime, loro malgrado, dello scontro ideologico e delle rivendicazioni territoriali del regime comunista di Tito in Jugoslavia, unicamente colpevoli di essere italiani e, come tali, oppositrici del titoismo.

L’esodo forzato dalla penisola istriana degli italiani colà residenti, così come quello dei cittadini di Fiume e della Dalmazia, fu causa d’indicibili sofferenze e di un dolore mai completamente sopito, e ancor vivo e lacerante nei protagonisti di quel periodo drammatico della nostra storia, nonostante i molti decenni ormai trascorsi da quei fatti esecrandi.

Significativa, pur nella sua estrema semplicità, perché espressione dell’amore viscerale per la nativa Pola, è la lirica intitolata “Mia cara Pola”, scritta dalla protagonista in quel periodo e affidata al giornalista Lino Vivoda, che ne curò la pubblicazione sull’Arena di Pola, che, nella sua fresca ingenuità adolescenziale, esprime tutto il dolore e l’amarezza di chi è costretta senza alcun motivo ad abbandonare per sempre i luoghi dove è nata e che ne hanno dolcemente cullato i sogni dell’infanzia e della fanciullezza, lasciando dietro di sé una lunga scia di nostalgico rimpianto che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.

 

Eccone il testo:

Pola, voglio dirti una parola,

tu mi piaci, tu sei bella,

tu dell’Istria sei una stella

che giammai tramonterà.

Pola regina, Pola stella.

Colli colmi di ginestre, azzurro il mare,

nostra città dai dolci ricordi e d’amare.

Oggi con l’esodo, Istria mia sei lontana,

oh mia terra bella e piana.

Ovunque siam dispersi per il mondo,

nelle menti ritorni come in un girotondo.

 Ma, nonostante le mille difficoltà dovute alla sua condizione di profuga – tra alloggi di fortuna freddi e angusti, scarsezza di viveri, assoluta mancanza di privacy e difficile convivenza con gli altri inquilini – Anna Franzese non si arrende e così, decisa più che mai, riprende l’attività canora, che aveva coltivato fin dall’infanzia, con il duplice intento di contribuire alla dissestata economia della famiglia e di assecondare la sua vena artistica, esibendosi a Viareggio in una competizione canora, nella quale conquista il secondo posto. Aveva ventidue anni.

Così confessa all’Autore: «Il canto […] mi serviva per sperimentare la felicità, determinare una pace interiore, e riacquistare la fiducia e l’amore per la vita. [Esibendomi] ritrovavo dentro di me una nuova e vitale forza che mi permetteva di affrontare il mondo esterno con maggiore sicurezza e decisione. M’imponevo di avere fiducia in me stessa per raggiungere un livello di libertà personale e professionale per eliminare gli incubi degli ultimi anni trascorsi a Pola».

Che, sostanzialmente, non è altro che quella oggi nota col nome di “arte come terapia”, un approccio “terapeutico”, meglio “psicoterapeutico”, che fa bene alla mente, all’anima e al corpo. Afferma la stessa Franzese: «L’amore per la musica fu l’indispensabile medicina che mi permise di lottare per un avvenire migliore», laddove il termine “medicina” penso non sia stato usato a caso.

Nel 1953, all’età di 24 anni, Anna deve affrontare un’ulteriore difficile prova: la partenza per l’Inghilterra in cerca di lavoro. Le incognite erano tante, ma lei era fermamente determinata a farcela. In Inghilterra, dove vive tuttora, incontrò quello che sarebbe diventato suo marito, il favarese Giuseppe Pirrera, che “[…] era riuscito – come dice la stessa Anna – a farmi dimenticare le sofferenze patite, le notti passate insonni, la paura che mi aveva accompagnato negli ultimi anni vissuti a Pola, la tristezza dei sogni spezzati!”

Il matrimonio, celebrato il 12 marzo 1954, allietato in seguito dalla nascita di quattro figli, segna una svolta decisiva nella vita della protagonista: il definitivo abbandono del sogno di diventare un’artista professionista per dedicarsi a tempo pieno alla cura della famiglia, alla quale ha dedicato tutta la sua esistenza.

Anna Franzese, oggi ultranovantenne, ha sentito da sempre il bisogno di condividere con le nuove generazioni la sua vicenda umana e le numerose vicissitudini che l’hanno caratterizzata (il dramma della guerra con tutto quello che essa comporta, le persecuzioni, le violenze subite), consapevole del fatto che la conoscenza è l’antidoto più efficace per scongiurare il pericolo che fatti come quelli di cui lei è stata protagonista abbiano a ripetersi.

Come scrive, infatti, il filosofo, scrittore, poeta e saggista spagnolo George Santayana nell’opera La ragione del senso comune (1905-1906): “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”, aforisma questo che, per la profonda verità che custodisce, è stato ripreso innumerevoli volte dagli studiosi, come ha fatto lo stesso Primo Levi nel citato Se questo è un uomo.

Per questo la signora Franzese ha chiesto al professor Cilona, di cui già conosceva le opere, di curare la redazione di una sua biografia, che facesse luce non solo sui fatti e gli avvenimenti di carattere oggettivo, ma anche su dettagli riguardanti gli aspetti socio-affettivi ed emotivi, in ultima analisi esistenziali, della sua ormai lunga esistenza.

Ne è venuta fuori una pubblicazione godibilissima che, pur nella sua essenzialità – grazie anche al ricco corredo iconografico costituito da foto d’epoca, ma anche da documenti fotografici più recenti – riesce a contemperare le vicende storico-politiche con quelle personali e familiari, e lo fa con un sistematico ricorso all’intervista, dando voce  alla protagonista, che, con il suo linguaggio estremamente semplice e colloquiale, ci trasporta nell’atmosfera degli episodi di volta in volta raccontati, tutti legati all’esodo forzato dall’Istria, tanto simile, ahimè!, a numerosi esodi contemporanei di schiere di derelitti, donne, bambini, anziani disperati, provenienti dal Marocco, dall’Algeria, dall’Iraq, dalla Somalia, o da altri Paesi, che accettano di essere stivati fino all’inverosimile a bordo d’imbarcazioni fatiscenti, le ormai tristemente famose carrette del mare, che li porteranno non si sa dove, verso un’improbabile salvezza e un altrettanto improbabile benessere.

Con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 è stato istituito in Italia il cosiddetto “Giorno del ricordo”, una solennità nazionale che si celebra il 10 febbraio di ogni anno (che, quindi, quest’anno ricorrerà fra tre giorni), il cui scopo è quello di “… conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra… [1943-1945]”.

In quest’occasione, la scuola italiana è chiamata a dare il proprio contributo alla diffusione dei fatti storici attraverso “… la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende”.

La presentazione di questa mattina del libro del professor Gerlando Cilona si muove in questa direzione, perché, come s’è già accennato, sia che si parli del “Giorno del ricordo” o della “Giornata della memoria”, celebrata lo scorso 27 gennaio – in cui si commemorano le vittime innocenti dell’Olocausto – si tratta in ogni caso di iniziative tendenti a stigmatizzare gravi violazioni dei diritti umani e sociali sotto qualsiasi latitudine esse vengano perpetrate. Tutte hanno in comune una cosa: la necessità di conservare intatta la memoria del passato e di trasmetterla alle giovani generazioni, perché da essa discende non solo la consapevolezza della presenza del male nella storia (homo homini lupus!), ma anche quella della reale possibilità di preservare l’umanità dalle rovinose “cadute” del passato.

Il mondo in cui viviamo può essere reso migliore di quello che è. Basta volerlo!

Giovanni Marchica

7 febbraio 2020

 

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